Visco Dimettiti

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Mps, Popolare di Vicenza, Banca Marche, Popolare dell’Etruria oppure Carige. E che dire della presunta contiguità tra il vicepresidente Unicredit Fabrizio Palenzona e Andrea Bulgarella, un imprenditore trapanese vicino a Cosa nostra?
Il modus operandi varia un po’ da caso a caso, ma la sostanza è sempre la stessa: distrazione di fondi, malversazione, corruzione e una contabilità parallela per favorire i soliti noti, imprenditori “amici” in difficoltà o banchieri nei guai. Chiudendo poi i rubinetti nel momento in cui c’è da dare respiro all’economia reale.

Il sistema bancario italiano è marcio fino al midollo. E il caso della spoliazione della Banca popolare di Spoleto non fa eccezione. Un tipico istituto di territorio che fino al 2012 aveva un giro d’affari di circa 2,5 miliardi, una redditività oltre il 10% e sofferenze sui crediti ad appena 152 milioni (un’inezia), è stato spolpato da Banco Desio, una banca in cattive condizioni, attraverso un aumento di capitale riservato da 140 milioni, operazione predisposta dai commissari voluti da Bankitalia che oggi sono sotto inchiesta assieme al governatore di Palazzo Koch Ignazio Visco.

Gli emissari di Via Nazionale non hanno tenuto conto dell’offerta più allettante arrivata dalla finanziaria di Hong Kong Nit Holdings Limited, che aveva promesso, oltre ai 140 milioni per salvare la banca umbra, un succulento boccone da 100 milioni in favore dei 21mila soci del primo azionista della popolare spoletina: la coop Scs (Spoleto credito e servizi), proprietaria al 51,3%.
E sul tavolo gli asiatici avevano messo pure 25 milioni di euro come acconto.
Niente da fare: Bankitalia aveva già deciso da tempo a chi dovesse andare l’istituto umbro.
Con il regalo dell’aumento di capitale riservato a Desio, (ripetiamo: banca in cattive acque), il valore delle azioni dei soci di Scs venne diluito dal 51,3% a meno del 10%. E successivamente il nuovo proprietario sancì che dal suo punto di vista pesavano zero, in ragione della loro alta rischiosità. Strano, se si considera che al momento del commissariamento la Popolare di Spoleto valeva 150 milioni.
Siamo di fronte a una storia particolare. Si tenga pure presente che il procuratore protagonista dell’inchiesta sugli ex vertici dell’istituto è consuocero di uno degli aspiranti “scalatori” della banca stessa.
Il commissariamento, disposto dal ministero dell’Economia su input di Bankitalia, era già stato bocciato nel 2014 dal Consiglio di Stato per carenza di istruttoria, ma fu reiterato ugualmente dal ministro Padoan il 20 aprile scorso. Ora che è stato dichiarato nullo, dovrebbero decadere tutti gli atti conseguenti, compresa la vendita della Popolare di Spoleto a Desio.
Inoltre il commissariamento, che dovrebbe essere lo strumento per tutelare i risparmiatori, nel caso di Spoleto è stato invece utilizzato per radere al suolo una banca sana e trasferire le sue risorse a una banca malata, secondo una logica di tutela dei banchieri e dei loro amici.
Il M5S chiede una commissione d’inchiesta parlamentare che, a margine dell’azione giudiziaria, vada ad analizzare l’operato e le procedure seguite da Bankitalia.
L’indipendenza degli organi di vigilanza va garantita, ad esempio, evitando che i controllati siano azionisti del controllore e che possano in qualche modo determinarne i vertici. Ecco perché la nostra banca centrale deve tornare pubblica. Ma Via Nazionale non è al sicuro finché la modalità di scelta dei governatori, direttori e vicedirettori non raggiungerà la massima indipendenza dal sistema del credito.
Chi esce da Bankitalia almeno per cinque anni non dovrebbe poter andare a lavorare per istituti privati. Niente porte girevoli. E da questo punto di vista l’ombra del conflitto di interessi si allunga anche su Mario Draghi e sulla Bce (vedi il caso Popolare di Vicenza).
L’indagine della procura di Spoleto dovrebbe consigliare a Ignazio Visco di dimettersi. E dimostra che gli istituti italiani non meritano certo di essere salvati, sul fronte delle sofferenze sui crediti, con una bad bank e con le garanzie a carico di tutti i cittadini. Piuttosto, serve una ristrutturazione complessiva del sistema di vigilanza, riforma cui il M5S sta lavorando alacremente.
Alla vigilia dell’avvento del “bail-in” (2016) siamo di fronte a un’evidente inadeguatezza del sistema bancario e del modello vigilanza.
Con il M5S al governo, Bankitalia dovrà sorvegliare e controllare, senza fare scelte di politica industriale o suggerire acquisizioni, cessioni e fusioni a destra e a manca, in stile advisor. Le banche d’affari dovranno essere separate da quelle commerciali e le banche popolari torneranno a essere ciò che sono state in passato, ossia istituti ad azionariato diffuso con una raccolta territoriale e fidelizzata.
Grazie al M5S la tutela costituzionale del risparmio sarà finalmente garantita e le banche serviranno i cittadini, non i banchieri.viscodimettiti