Quanto costa dire la verità?

Quanto costa dire la verità?

Ho letto con interesse l’editoriale di Galli della Loggia oggi sul Corriere della Sera e devo dire che lo trovo in parte condivisibile quando afferma che le promesse di rinnovamento e di cambiamento portate avanti da una forza politica spesso vengono disattese perché altrettanto spesso “la verità” viene sottaciuta. Ed altrettanto credibile è l’ipotesi secondo la quale ciò accade perché dire la verità rende impopolari che è l’opposto della popolarità (che nella sua migliore espressione, cioè quella del consenso, viene considerata necessaria per governare – ma mi domando allora a che serve votare ogni 5 anni se ci dobbiamo confrontare con il consenso ogni 5 minuti?).
Ma ritorniamo alla verità.
I limiti non sono solo quelli citati da Galli della Loggia ma ve ne sono altri a mio avviso. Che sono figli di una domanda: quanto la nostra società è disposta ad ascoltare la verità. È allenata alla verità, a riconoscerla ad accettarla, ad apprezzarla? E dico società e non dico popolo perché quando in politica si dice una verità le reazioni non arrivano solo dal popolo ma da pezzi di società (media, social, corporazioni, etc…) che quella verità sono in grado di osteggiarla, distorcerla e persino ribaltarla. Così per un politico dire alcune verità specie se intaccano forme di potere consolidate, anche le più circoscritte, significa spesso e volentieri prepararsi a ricevere badilate di letame da ogni dove. Significa essere consapevoli che il proprio messaggio arriverà intatto solo a un numero ininfluente di individui e invece, per la maggioranza, verrà distorto con effetti spesso irreversibili sulla propria immagine e reputazione. Significa essere stigmatizzati e, in alcuni casi, ricordati solo per quelle verità “distorte” e non per il suo lavoro oggettivo. Significa ancora essere pronti ad avere il vuoto intorno a sé appena quell’esperienza politica finisce, ad essere bruciati spesso nella carriera e nelle relazioni. E in aggiunta a ciò spesso le reazioni “interne” al proprio nucleo politico di appartenenza non saranno certo più tenere, se quella verità non era stata voluta dal partito (cosa che accade solo quando è certo che dirla farà acquisire consenso e non perderlo).
Nel migliore dei casi si viene ignorati, nel peggiore isolati e fatti fuori. Insomma una prospettiva tutt’altro che allettante.

Certo a questo punto mi si potrebbe obiettare che dovrebbe essere un intero partito a dire quella verità e non il singolo e che questo renderebbe la verità più forte e il singolo meno debole.
Ma quando si parla ad un microfono o di fronte a una telecamera c’è solo una voce e c’è solo un volto. Quindi il passo è brevissimo nell’attribuire quella verità a quel volto e a quella persona. Bisogna, quindi, immaginare che chi se ne faccia carico sia non solo coraggioso come dice Galli della Loggia, ma indubbiamente eroico. E che comunque il partito sia pronto a perdere consenso (ahi! che trappola il consenso!) subendo gli stessi meccanismi “punitivi” già descritti per il singolo.

Mi chiedo poi quanto in questo paese la verità posso avere un ruolo di primo piano quando abbiamo ancora ferite aperte come quelle della morte di Falcone e Borsellino dove gli interrogativi sono ancora tanti, troppi? Un paese dove ancora ci portiamo dietro “segreti” e bugie che riguardano la nostra storia, indegni di un paese democratico, libero, consapevole e moralmente sano? Quelli che non hanno detto la verità in Italia e che ancora oggi la negano, sono tanti e non sono solo politici.
Ma questa è un’altra storia.
O forse no.